La Voce di Carlo Buonerba

La Voce di Carlo Buonerba
Buongiorno. Sperando che il giorno poi sia buono davvero, è difficile fare una presentazione di una cosa che nemmeno si conosce e nemmeno si comprende dove potrà arrivare, gli esordi di per sé non mostrano mai il valore, ma solo gli intenti, le sottili e ispide flessioni dell’animo che guidano verso una mèta di cui si comprende la forma, forse, ma non certo il contenuto. L’idea, la volontà, l’obiettivo a cui questo spazio vorrebbe tendere è in sé azzardata e anacronistica, trovare il punto di non ritorno che lega indissolubilmente Arte e Sport: le gesta di campioni che fanno sognare la folla, ma anche una cultura poetica, un occhio sensibile e”diverso” che sia uno specchio della società che ci circonda e quando fosse necessario una critica dura senza se ne ma. Dire, dunque, che questa Voce sia pregna solo di sport è un vizio di forma dal quale voglio subito disilludervi. Lo sport, il calcio, la mia malcelata juventinità latente, saranno è vero una base solida su cui poggiare, ma mai dovranno rappresentare un limite, un confine invalicabile dal quale sia impossibile affrancarsi. L’idea ammaliante che un atleta possa essere paragonato a un artista di per sé stata affrontata da grandissimi e insospettabili personalità del nostro tempo, ed è una tematica sulla quale mi impegnerò parecchio, mostrando ai cari lettori aspetti sconosciuti, rischiando anche con parallelismi assurdi e forzati di perdermi. Vi saranno articoli (calcistici ma non solo), riflessioni, suggestioni, poesie sparse e riarse, tutti scritti “rubati” a grandi autori, creati da me medesimo o da chi potrà essere affascinato dal tentativo di fondere l’arte nello sport e lo sport nell’arte. Come tutte le creazioni artistiche di una certa complessità, questo mondo parallelo e distonico, si alimenterà del contributo fondamentale e imprescindibile del fruitore, a cui chiedo, uno sforzo inumano per interagire, correggere e dettare le linee per una nuova voce che sia veramente nuova e non per tutti.

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domenica 14 marzo 2010

Da "Canti"" di Giacomo Leopardi

Il poeta Giacomo Leopardi di Recanati
V
A UN VINCITORE NEL PALLONE



Di gloria il viso e la gioconda voce
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s'alla veloce
Piena degli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e il core
Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
te rigoglioso dell'età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Del barbarico sangue in Maratona

Non colorò la destra
Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
Che stupido mirò l'ardua palestra,
Nè la palma beata e la corona
D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
Forse le chiome polverose e i fianchi
Delle cavalle vincitrici asterse
Tal che le greche insegne e il greco acciaro
Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi
Nelle pallide torme ; onde sonaro
Di sconsolato grido
L'alto sen del'Eufrate e il servo lido.


Vano dirai quel che disserra e scote
Della virtù nativa
Le riposte faville? e che del fioco
Spirto vital negli egri petti avviva
Il caduco fervor? Le meste rote
Da poi che Febo instiga, altro che gioco
Son l'opre de mortali? ed è men vano
della menzogna il vero? A noi lieti
Inganni di felici ombre soccorse
Natura stessa: e là dove l'insano
Costume ai forti errori esca non porse,
Negli ozi oscuri e nudi
Mutò la gente i gloriosi studi.

Tempo forse verrà ch'alle ruine
Delle italiche moli
Insultino gli armenti, e che l'aratro
sentano i sette colli; e pochi Soli
Forse fien volti, e le città latine
Abiterà la cauta volpe, e l'atro
Bosco mormorerà fra la alte mura;
Se la funesta delle patrie cose
Obblivion dalle perversi menti
Non isgombrano i fati, e la matura
Clade non torce dalle abbiette genti
Il cielo fatto cortese
Dal rimembrar delle passata imprese.

Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia,
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s'onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allora che ne' perigli avvolta,
Se stessa obblia, nè delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta;
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.


Questa lirica di assoluto valore , come del resto molte delle creazioni leopardiane, fu terminata dal poeta il 30 Novembre del 1821, in poco meno di una settimana. L'atleta a cui Leopardi la dedicò è un giovane nobile di Treja, tale Carlo Didimi, molto valente nel gioco del pallone, che fu l'italianissimo e più elegante antenato del moderno calcio. Didimi emergeva fra tutti i giocatori della zona ed era considerato un vero campione non solo a Recanati e Treja, ma anche in altre città, fra le quali Milano, Livorno e Roma.
Il Leopardi come sottolineano i versi della seconda strofa, paragona le vittorie sportive a quelle nei campi di battaglia: la celebre batttaglia di Maratona (490.ac) fu vinta e combattuta dagli Ateniesi contro il più numeroso esercito di Re Dario. La metafora che si interseca tra la lotta in guerra per sopraffare il nemico e quella invece sportiva per superare gli avversari è richiamata in modo geniale dal poeta rievocando per l'appunto i valorosi Ateniesi e la Grecia Antica, patria incontrastata dello spirito e del valore sportivo, ossia luogo di nascita delle Olimpiadi.

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